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    July 31

    Eco Città...

    La frangia più radicale invece di eco-comunità si trova a Taos nel New Mexico e riguarda un piano di sviluppo di 130 case realizzate in pieno deserto, costruite con pareti in pneumatici usati pieni di terra battuta, bottiglie di vetro vuote, lattine e altri materiali riciclati. L'idea del suo creatore Mike Reynolds da Taos si è diffusa in tutto il mondo fra cui Brigthon. Le 130 in materiale riciclato, chiamate ironicamente Earthships sono adagiate sulla collina in moda da avere una facciata a vetro affacciata a sud per massimizzare il calore e la luce del sole. Tutta l'energia elettrica e il riscaldamento proviene da fonti rinnovabili come pannelli solari e turbine eoliche. L'acqua piovana e la neve viene completamente raccolta attraverso un sistema di bacini a tetto e poi filtrata 4 volte. I rifiuti organici naturalmente vengono trasformati in loco.

    Vauban è un grande quartiere che si trova a 5 Km dal centro di Friburgo in Germania ed è composto da 5000 case. La prima fase di sviluppo è iniziata nel 2000 quando il governo con la collaborazione di un associazione di cittadini riconosciuta legalmente diedero il via al processo di pianificazione dell'intera area. Il gruppo di cittadini era composto da lavoratori a tempo pieno, professionisti e mirava a creare una comunità di Baugruppen (gruppi di proprietari) l'intento di partenza per la costituzione di gruppi simili era quello di dare un senso di appartenenza fra i potenziali residenti. Ciò che essi produssero fu radicale. Il 50% delle famiglie sono senza auto e le alternative per il trasporto pubblico comprendono un sistema di car sharing (gratuito) e una linea di tram.

    Quasi 100 edifici del complesso di Vauban producono più energia di quanta viene consumata. Ogni aspetto sociale dello sviluppo è stato attentamente pianificato e comprende una cooperativa di negozi alimentari ed una cooperativa di agricoltori che organizza un mercato giornaliero. L'eco-città di Vauban così è stata posta per la prima sotto analisi da un istituto come l'Öko-Institut (Istituto di ecologia applicata). L'analisi intende esaminare gli aspetti ecologici ed economici del progetto tedesco, analizzando il ciclo di vita e il flusso dei materiali prodotti utilizzando sofisticati software.

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    Più energia solare con le finestre colorate....

     
    L'Occidente ha un disperato bisogno di energia, e molti, specie in Paesi caldi come l'Italia, guardano con grandi speranze al solare come una delle possibili risposte a questa richiesta. Il problema è che sin qui questo tipo di energia, seppur la più pulita, ed a più basso impatto ambientale non è ancora esplosa ed il motivo è molto semplice: costa troppo. Già, proprio così; costa meno produrre un watt con le vecchie fonti quali il carbone od il petrolio piuttosto che usare il sole.

    La chiave è nella bassa efficienza dei pannelli collettori che, seppur siano fortemente migliorati negli ultimi anni, ancora non riescono a  reggere il paragone con le vecchie centrali elettriche. In tutto il mondo gli scienziati stanno lavorando con l'obiettivo di migliorarla e renderla soprattutto conveniente. Una proposta interessante arriva a tal proposito dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) negli USA, che ha messo a punto una tecnica che è in grado di raccogliere energia solare attraverso i vetri di speciali finestre colorate.

    Grazie all'utilizzo di tinture per i vetri, la luce viene concentrata sugli spigoli, aumentando in questo modo la quantità di elettricità prodotta dalle celle fotovoltaiche; secondo gli scenziati del Mit questa procedura consente una produzione energetica molto più efficiente ed economica, basti pensare che secondo i loro calcoli sarebbe teoricamente possibile generare una potenza di 50 watt per metro quadro; una quantità che diventa considerevole nel caso di grandi edifici con ampie esposizioni.

    Non esiste ancora una soluzione commerciale basata su questa tecnologia del Mit, ma gli stessi ricercatori hanno intenzione di mettere su un'azienda, la Covalent Solar, che potrebbe portarla a breve sui mercati a beneficio di un più ampio pubblico.


    L'organo marino di Zadar (Zara)..spettacolare...

     

     
    Lungo 70 metri, scolpito nella pietra, ecco il "Sea Organ", un organo che può essere suonato unicamente da un musicista eccezionale, il mare.
    Il "Sea Organ", scolpito lungo i 70 metri della pietra bianca della banchina di Zara in Croazia, è un meraviglioso strumento musicale, un organo che può essere suonato solo da un musicista eccezionale: il mare.
    Ideato dall'architetto Nikola Basic è un capolavoro d’acustica e architettura. Il "Sea Organ" ha 35 tubi, [vedi schema disegno]
     
     
    magistralmente intagliati e accordati come canne d'organo, collocati sotto la banchina, catturano il moto ondoso e le folate di vento per produrre suggestivi suoni musicali che fuoriescono in superficie da appositi fori per essere ascoltati dalle persone che passeggiano sulla banchina.
    Il famoso regista Alfred Hitchcock, abituato a viaggiare, dopo la sua visita a Zara, affermò che il più bel tramonto del mondo può essere ammirato proprio da questo punto della banchina. Non a caso, l'architetto Nikola Basicè ha scelto questa zona del mondo per costruire il suggestivo "Sea Organ", strumento musicale che sfrutta l'imprevedibilità della forza del mare e dei venti per offrire concerti unici, eseguiti dalla natura.
      

     

     

    Morti bianche...una delle piaghe della nostra Italia...

    So che il mio blog ha impronta prevalentemente ambientalista...ma ho deciso di pubblicare la lettera di una donna ke ha perso prima il figlio, e pochi mesi dopo anche il marito...entrambi morti sul lavoro....anche il mio papà è morto sul lavoro...ormai 17 anni fa...e anche noi, a parte un vitalizio di 504 euro mensili, non abbiamo avuto altro dallo stato....la signora ha la mia piena solidarietà...l'articolo è preso dal blog RUBICONDO.... 

    "Fino a quando avrò fiato, mi batterò". Lettera di una donna a cui il lavoro ha ucciso un figlio ed il marito.

    Pubblicato da Crocco1830

    Marco Bazzoni, Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza, mi ha inviato questa lettera, ricevuta a sua volta da una donna a cui il lavoro ha ucciso prima il figlio e, quindici mesi dopo, il marito.
    Una lettera toccante, di una donna, la signora Franca Mulas, che a oltre 7 anni di distanza, attende ancora giustizia, per la tragica morte dei suoi cari.


    Parole, parole, tipo questa: Giustizia. Dov'è? O forse sono io che non riesco a comprenderla?! Quante umiliazioni, quante beffe, quanti calci nel sedere, quanta sofferenza. Per che cosa?
    Non sono una pazza, sono una mamma, una moglie. Parlo delle famose "morti bianche". Io nel giro di quindici mesi, ho perso due persone a me molto care.

    Per l'esattezza, il 28 aprile del 2000, verso le otto meno dieci, mi squillò il telefono, era mio marito. Mi disse che stavano venendo a prendermi, si era fatto male Luciano (questo è il nome di mio figlio).
    Arrivò un geometra, gli chiesi cosa era successo, ma lui mi disse che non sapeva niente. Non si arrivava più, la strada era lunga. Dentro di me le pensavo tutte: si è rotto una mano? Con i mezzi che ci sono oggi guarirà.
    Arrivai al pronto soccorso, questo geometra mi disse di aspettarlo fuori, che chiedeva se era lì. Ero rimasta un bel po' fuori ad aspettare, poi uscì e disse: "Non è qua". Ma nel frattempo arrivò un'altra macchina e li c'era mio marito.
    Ricordo ogni singolo particolare: arrivò un ambulanza, quello dell'ambulanza si arrabbiò, perchè c'era la macchina che aveva portato me li. Non so cosa si dissero, ma vidi quest'uomo allargare le braccia come chiedere scusa. Ma io non sapevo che proprio in quella lettiga coperta da un qualcosa di verde c'era il mio Luciano.
    Quella maledetta mattina mio figlio e mio marito andarono a lavoro, perchè lavoravano insieme. Dovevano ricostruire un centro per anziani a Briosco (MI). Dovevano portare sul tetto delle travi, ma a 20/30 metri queste maledette travi si sono inclinate e sono scivolate giù. Sotto, nel cortile, c'era mio figlio e un altro
    suo collega, e mio marito che guidava la grù. Incominciò a urlare di spostarsi, il suo collega si salvò, invece mio figlio venne preso in pieno dalle travi, e morì sul colpo.
    Nel processo mi sono costituita sia parte civile, che penale. Condannarono il principale, e lui fece ricorso in appello a Milano. La condanna fu confermata, ma il carcere non l'ha mai fatto, anzi il giorno dopo era nel cantiere che continuava tranquillamente a lavorare, e io non ho ricevuto nessun risarcimento.
    Ancora oggi, 7 luglio 2008, di mio figlio non ho preso un centesimo di risarcimento.
    Cambiarono cantiere dopo un pò di mesi, andarono a lavorare a Varese.
    Mio marito che aveva sempre fatto il capocantiere, dalla morte di nostro figlio
    Luciano, non ne volle più sapere di farlo.
    Un giorno era a Varese a lavorare, e mi chiamò, e mi disse: "Chiama l'Asl di Varese e chiedi cosa devi fare per un ponteggio che non è a norma, ma non dirgli chi sei". Io chiamai subito, ma invece gli dissi chi ero, e che non volevo che succedesse qualcosa a mio marito, visto che 15 mesi prima aveso perso mio figlio.
    Tre/quattro giorni dopo, io non ero in casa (ero andata a prendere un quadretto). Quando tornai a casa c'erano un pò di chiamate in segreteria. Feci il primo numero, mi rispose l'ospedale, ma siccome ero io che chiamavo continuavano a dirmi cosa volevo, e io che gli dicevo: "Ma non mi avete chiamato voi?" Ma la risposta fu: "Quando sa cosa vuole richiami". Feci l'altro numero, era lo zio, io gli dissi: "Come mai mi chiami la mattina se sai che Gianfranco (è il nome di mio marito) è a lavoro?". Lui cominciò a chiamarmi per nome: "Franca, Franca!!". Li capii che c'era qualcosa che non andava, e gli dissi, fammi il nome, perchè io ho altri 5 figli. Mi fece il nome di Gianfranco: misi giù il telefono e richiamai l'ospedale. Mi rispose la stessa persona, quasi scocciata, e mi disse: "Se non sa neanche lei cosa vuole, cosa ci posso fare io?". E io gli risposi: "Adesso lo so, hanno portato li mio marito". Lui mi rispose: "Aspetti un attimo", e mi misse una musichetta di attesa.
    Dopo un bel pò mi rispose un medico, dicendomi di andare subito li perchè mio marito era grave. Chiamai invano l'ufficio dove lavorava mio marito, ma non ebbi risposta.
    Verso mezzo giorno rispose il geometra. Io ero molto arrabbiata, e gli dissi: "Non vi
    siete neanche presi la briga di chiamarmi", ma nel frattempo arrivò anche un cugino di mio marito, gli dissi di venire con me. Mi portò al cantiere, li c'erano già quelli del sindacato, e gli dissi: "Vi prego, non lasciatemi sola, devo fargliela pagare". E questo geometra continuava a dirmi che non sapeva dov'era l'ospedale. Ma quelli del sindacato mi dissero: "La portiamo lì noi".
    Vidi il cartello rianimazione, e entrai. Mi chiesero cosa volevo, e gli dissi: "Hanno portato qua mio marito". Mi risposero: "Qua oggi non è arrivato nessuno". Subito dopo qualcuno mi disse: "Vieni qua". Ancora pronto soccorso, entrai in una stanza, c'era una barella e una sedia a rotelle. Il medico mi girò verso la sedia e allargò le braccia: "Non c'è l'ha fatta".
    Destino crudele, stessa ora, stessa telefonata, quel dannato ponteggio aveva portato via anche mio marito. Quando me l'hanno fatto vedere era già dentro una cella frigorifera. A dieci giorni dalla morte di mio marito, mi diedero i 5 milioni di lire che mi spettavano di liquidazione di mio figlio.
    Quando è morto mio figlio (il 28 aprile del 2000), abbiamo scoperto che l'assicurazione non era stata pagata. Il suo datore di lavoro è andato ad assicurarlo il 2 o il 3 maggio del 2000. L'assicurazione risponde, io non le do niente, perchè il giorno che è morto non era assicurato. A 4 mesi dalla morte di mio marito il datore di lavoro dichiara fallimento.
    Un giorno al processo gli ho chiesto se lui di notte riusciva a dormire tranquillamente, e con la sua aria di strafottente mi ha detto: "Certo signora, perchè non dovrei dormire?". Due anni e mezzo fa il processo di mio marito era quasi finito. Sentenza finale: troppi colpevoli, tutto fa rifare. Il 23 luglio fa 7 anni che mio marito è morto, ma il processo è tutto da rifare.
    C'è la prescrizione, e i miei avvocati dicono, che a sette anni e mezzo, sti signori, per non dargli un termine diverso, non verranno mai giudicati, ne puniti. L'Asl di Varese mi fece una lettera, scusandosi perchè non avevano personale, e non avevano potuto mandare nessuno a controllare il cantiere. E' questa la nostra bella Italia, uno va sul posto di lavoro per portare a casa il pane quotidiano, e invece ti portano via in una cassa, anzi in due, nel giro di 15 mesi: stessa impresa. Io mi chiedo: anni di processo per cosa???
    Io ho pagato sulla mia pelle le mie disgrazie (anche a livello economico). Lo so che non potrò più riavere mio figlio e mio marito, ma pretendo giustizia.
    Vorrei rivolgere delle domande a quelli molto in alto: Perchè devono succedere queste cose? Perchè oltre la disgrazia devi pagare anche per poter avere giustizia?E molto salato, per non arrivare mai ad una conclusione? Perchè durante i processi stai li tutta una giornata per sentirti dire: rinviato a dopo 3/4 mesi? I morti sul lavoro sono degli eroi.
    Sono stanca, perchè non sono mai arrivata a dire: "Si, la giustizia funziona, si, la giustizia c'è". Mio figlio Luciano aveva solo 22 anni, e mio marito Gianfranco solo 41.
    Certe cose ti cambiano la vita, e la mia si è proprio ribaltata, ma devi andare avanti per i tuoi figli, perchè queste cose non accadano più, invece accadono tutti i giorni.
    Se ci fossero più controlli e meno agevolazioni, secondo me ci sarebbero meno morti e infortuni sul lavoro. Se ci fosse una punizione giusta, forse ci penserebbero due volte prima di rifare l'errore.
    Il mio appello: controlli, controlli, controlli, severità. Non dire mai la prossima volta, ma punirli severamente da subito, perchè quella delle morti sul lavoro è un bollettino di guerra.
    Vi giuro che fino a quando avrò fiato, mi batterò con tutte le mie forze per avere giustizia.
    Ringrazio tanto quelli che avranno la pazienza di leggere la mia lettera. Non voglio pietà, ma una vera giustizia, allora si che potranno riposare in pace anche i miei cari.

    Franca Mulas.
     

    Vuole un sacchetto? NO...Grazie!!!

    Quante volte abbiamo realmente bisogno di utilizzare una busta di plastica? Perché il sacchetto è considerato un oggetto così indispensabile dai consumatori? Perchè non riusciamo ad orientarci verso consumi più responsabili e consapevoli, utilizzando sacchetti di tela?
    Il suo peso ultraleggero, la possibilità di acquistarla a basso prezzo o addirittura gratis, la sua capacità di essere resistente all’acqua e quindi proteggere i nostri acquisti dalla pioggia sono le caratteristiche che hanno fatto di questo oggetto una presenza immancabile della nostra spesa.
    Se il suo tempo di uso medio è stimato sia di circa 20 minuti, una busta di plastica può richiedere un periodo da 400 a circa 1000 anni prima di essere completamente riassorbita dall’ambiente a causa dei combustibili fossili che la compongono – quindi prodotta con risorse non sostenibili.
    Nel mondo è riciclato solo lo tra l’1 e il 3 percento delle buste di plastica usate ogni anno, causando un conseguente notevole danno ambientale e un altissimo spreco di energia.

    Come può essere invertita questa rotta? Come possiamo orientarci verso il risparmio energetico e la tutela dell’ambiente? Interventi governativi e l’educazione dei consumatori e/o venditori consistono in soluzioni effettive.
    Lo Stato dell’Australia Meridionale (con capitale Adelaide) ha dichiarato che proibirà le buste di plastica nel prossimo gennaio, mentre gli Stati di Victoria (Melbourne), Australia Occidentale (Perth) e l’Australian Capital Territory (Canberra) stanno già pensando e programmando l’utilizzo di imposte sull’uso delle buste di plastica.
    Le dichiarazioni del Ministro Federale dell’Ambiente Australiano Peter Garrett riguardanti la non implementazione di imposte sulle buste di plastica, quindi un mancato accordo a livello nazionale riguardante questa problematica, hanno portato l’Australia Meridionale ad assumere questo forte atteggiamento autonomo.
    I supermercati sono di gran misura i maggiori contribuenti alla distribuzione delle buste di plastica; in alcune filiali di tre grandi catene di supermercati nello Stato di Victoria (Coles, Safeway and IGA), da Agosto verrà testata per un mese una tassa che prevede il pagamento da parte dei consumatori di 10cent Australiani (circa 0.06 €) per busta. I soldi ricavati saranno re-impiegati in progetti riguardanti l’ambiente e l’educazione della comunità.

    Nel marzo 2002 in Irlanda è stata istituita una tassa di 0.15 € per busta di plastica che ha portato ad una riduzione del loro uso del 95 percento. Anche in Inghilterra si stanno facendo passi avanti: un esempio su tutti, la cittadina di Modbury, nel sud della Gran Bretagna, è stata la prima comunità british a bandire interamente l’uso di sacchetti di plastica. Qui in fianco potete vedere il documentario effettuato proprio dagli attivisi di questo paesino.
    Normalmente nel nostro paese una busta per la spesa ha il costo di soli 0.05 €; considerando un consumo medio di circa 300 buste all’anno (supponendo la media italiana simile a quella di altri paesi sviluppati), il costo totale da esse rappresentate è di circa 15€ annui a persona.
    Pensate che con la stessa cifra potrebbero essere comprati almeno 3-4 sacchetti di tela, che non solo risulterebbero molto più resistenti quando trasportate la vostra spesa, ma durerebbero per vari anni.
    ...E ora pensate se fosse lo stesso negozio o supermercato a regalarvi il sacchetto di tela, vedendolo come una ghiotta opportunità di marketing, quando voi utilizzerete il vostro sacchetto con il loro logo per altre attività come ad esempio andare in spiaggia. In America ci hanno già pensato!

    Allora, cosa farete domani quando andrete a fare la vostra spesa?

    July 30

    Firmato oggi il protocollo d'intesa 'Aria pulita subito' ..a Bari...pikkè non prendiamo esempio????

    Comune e Amgas aprono all'idrometano
     
    La miscela farà funzionare i nostri mezzi pubblici: il Comune ne ha già acquistati 90 e altri 25 sono in arrivo. In costruzione la prima stazione di rifornimento
     Eppur si muove. Mentre il governo nazionale rispolvera l’assurdità del nucleare, e il Ministero dell’Ambiente ci assorda con il suo silenzio, a Bari si firma il protocollo d’intesa ‘Aria pulita subito’ per l’individuazione di alternative ai combustibili di derivazione petrolifera. Flebile speranza: forse le politiche ambientali riusciranno a sopravvivere nell’angoscioso lustro che si è inaugurato da qualche mese.

    Il protocollo odierno è solo la prima fase di un processo più lungo, e articolato negli anni: avrà lo scopo di diffondere una cultura di rispetto, salvaguardia e sicurezza dell’ambiente; è la base imprescindibile, ma sta anche ai cittadini, e alla loro consapevolezza, volere il cambiamento. D’altra parte, la firma di oggi avrà pure risvolti concreti, e confortanti, più delle semplici parole: l’introduzione dell’idrometano, un nuovo tipo di miscela, composta per il 70% da metano (il meno nocivo dei carburanti fossili) e 30% da idrogeno, meno inquinante e più efficiente.

    I mezzi pubblici della nostra città funzioneranno così: il Comune ne ha già acquistati 90, e altri 25 sono in arrivo, mentre è in costruzione una prima stazione di rifornimento; mano a mano, si procederà alla sostituzione completa. Questo, nell’ottica di un più ampio progetto, che punta forte sull’idrogeno, risorsa da sempre apprezzata e mai sfruttata, che agirà come accumulatore e vettore dell’energia solare, da sola poco gradita, per la sua discontinuità, alle reti elettriche.

    Lecita soddisfazione per gli assessori comunali MAugeri e Monno. Entusiasmo anche per il prof. Nicola Conenna, presidente dell’Università dell’idrogeno: ‘L’idrometano ha una grande portata rivoluzionaria, proprio perché rappresenta comunque un momento di transizione, e di passaggio dall’energia fossile a quella rinnovabile, segno che non facciamo pubblicità, ma abbiamo un serio piano di sviluppo. Si tratta di una sperimentazione di livello nazionale e internazionale, e ciò avviene a Bari’.

    Senza dubbio, è un orgoglio per la nostra città. Gli fa eco Alfonso Pisicchio, presidente dell’Amgas S.r.l: ‘L’Amgas è la prima azienda che in Italia stipula un accordo sull’idrometano per contribuire alla migliore qualità dell’ambiente e della vita dei cittadini’.
    Il bilancio della giornata odierna è sicuramente positivo, per Bari, per l’Italia intera: di iniziative simili v’è un bisogno disperato, e fa piacere che la nostra città sia in prima linea nel combattere una battaglia, quella della salvaguardia dell’ambiente, irrinunciabile.

    Certo però, quando si parla di ambiente, e di energie rinnovabili, un po’ di scetticismo è d’obbligo: non possiamo dimenticare che questa, fino ad ora, è stata una battaglia poco combattuta, e comunque persa. La nostra è la società del petrolio, dello sfruttamento, dei disastri ambientali; la terza rivoluzione industriale, quella dell’energia pulita, da tempo annunciata, è lontana, lontanissima, non compare all’orizzonte. Il protocollo di oggi, se davvero alle parole farà seguire i fatti, rappresenta un passo importante, ma piccolo; bisognerà vedere chi e quanti intraprenderanno la stessa strada. Nel dicembre 2009, a Copenaghen, è prevista la firma del Secondo Protocollo di Kyoto. Cambierà qualcosa?
     

    Grandee!!!! spero avvenga anke da noi....presto...

    Il più grande impianto al mondo di energia da moto ondoso sarà costruito in Gran Bretagna

    La Oceanlinx, con sede a Sidney, in Australia è una delle più importanti aziende al mondo che usa la tecnologia per estrarre energia dal moto ondoso. Dopo aver firmato l'accordo per la fornitura di tre galleggianti convertitori di energia del moto ondoso con la società elettrica delle Hawaii, ora Oceanlinx avrà un ruolo chiave nel contribuire a soddisfare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra della Gran Bretagna.

    Oceanlinx, il cui impianto pilota si trova a Port Kembla, in Australia, è stata scelta assieme ad altre tre aziende sviluppatrici del moto ondoso, per creare a 16 chilometri al largo della costa della Cornovaglia, la più grande energy farm del mondo.

    Il progetto di 58 milioni di dollari dovrà essere installato entro due anni e ciascuna  delle 4 compagnie avrà un contratto di affitto di 2 chilometri quadrati di area marina per testare la propria tecnologia su vasta scala. I 4 differenti tipi di generatori saranno collegati all'hub sul fondo marino. Dei cavi porteranno a terra  20 megawatt di energia elettrica, sufficienti per soddisfare il fabbisogno energetico di 7500 abitazioni, oltre che risparmiare 24300 tonnellate di CO2 ogni anno.

    Ma molti altri progetti in Messico, nell'Oregon, a Portland attendono Oceanlinx, il cui successo sembra sia dovuto maggiormente al Denniss-Auld turbina, inventato dal fondatore della società, il dottor Tom Denniss.

    Aspettando l'auto "ricicla energia"...sperando arrivi prestoo!!!

    Un nuovo sistema converte elettricità il calore dissipato dal motore  con un’efficienza doppia rispetto agli attuali dispositivi 

     Buone notizie sul fronte del risparmio energetico: un nuovo materiale permetterebbe di convertire in energia il calore prodotto dal motore di una normale automobile. I materiali in grado di convertire il calore in elettricità sono definiti termoelettrici e sono già utilizzati. Questo, però, ottenuto dall’unione di tallio e tellurio (invece che di sodio e tellurio), promette di raddoppiare l’efficienza dei dispositivi attualmente sul mercato, e potrà essere applicato ai veicoli, ai generatori di corrente e alle pompe di calore. Il sistema, descritto su Science, è stato sperimentato da un gruppo di ricercatori dell’Ohio Eminent Scholar in Nanotechnology guidati da Joseph Heremans.

    Solo il 25 per cento dell’energia prodotta da un’automobile è effettivamente utilizzata, mentre circa il 60 per cento viene rilasciato sotto forma di calore dal tubo di scappamento. Questa energia viene completamente sprecata, motivo per cui sono molte le ricerche in corso per tentare di aumentare l’efficienza energetica dei veicoli e di convertire il calore in energia riutilizzabile.

    Per mettere a punto il loro dispositivo, Heremans e colleghi sono partiti da uno studio pubblicato nel 2006 su Physical Review Letters secondo cui tra gli elettroni di tallio e quelli di tellurio si verrebbe a creare un effetto di risonanza (un fenomeno peculiare degli atomi di tallio quando si trovano vicino a quelli di tellurio). In questo modo è possibile aumentare l’efficienza di conversione perché si limitano gli sprechi. Un buon materiale termoelettrico, infatti, deve tentare di diminuire il più possibile la quantità di calore disperso, ovvero che lo attraversa inutilmente senza che sia convertito. A tal fine, tutti i sistemi cercano di abbassare la conducibilità termica.

    I ricercatori dell’Ohio State University stanno ora brevettando il sistema. La cui efficienza, affermano, sarà implementata nel prossimo futuro grazie alle nanotecnologie. (e.a.)

    July 29

    Vedremo...

    Il tappeto che trasforma in elettricità l'energia cinetica dei passi

    POWERleap

    Un tappeto in grado di trasformare in energia elettrica pulita l'energia cinetica. Ovvero il movimento, i passi.

    Si chiama POWERleap e ci sta lavorando Elizabeth Redmond, negli Stati Uniti. Del resto, l'idea ultimamente è sulla cresta dell'onda.

    L'ultima applicazione su larga scala riguardano la Spinnaker Tower di Portsmouth, in Gran Bretagna.

    Ma un conto è posare un pavimento studiato apposta per questo scopo. Tutt'altra faccenda è arrivare allo stesso obiettivo stendendo un tappeto su un pavimento qualsiasi.

    Continua da sopra:

    Secondo i calcoli di Elizabeth Redmond, ogni corpo umano genera energia elettrica. Almeno 100 watt, che è quanto basta per alimentare il computer su cui sto scrivendo. E camminare, da questo punto di vista, è l'attività più "redditizia".

    Il suo POWERleap appunto cattura l'energia dai passi, come il pavimento dell'eco night club di Londra aperto poche settimane fa. Ha uno scopo, per ora, a metà fra il divertimento e la dimostrazione.

    La novità è che si tratta di un tappeto, non di un'istallazione fissa come un pavimento: lo prendi e lo porti dove vuoi.

    L'obiettivo di Elizabeth Redmond è arrivare a tappeti da mettere nelle case, per ricavare energia elettrica dai passi senza bisogno di rifare il pavimento.

    Elizabeth Redmond e il suo POWERleap

    La centrale elettrica alimentata con le maree...in Irlanda...

     

     

    E’ stata inaugurata ieri la prima centrale elettrica alimentata dalle maree e dalle onde, a Strangford Lough a sud di Belfast, in Irlanda del Nord, inserita nella National Grid, che alimenterà, in fase sperimentale, un primo gruppo di 150 abitazioni e tra qualche settimana, superati i test, è prevista la messa a regime.

    Per la produzione di elettricità lavorano due rotori azionati dal flusso delle maree per una velocità di 8 nodi. La centrale è ormeggiata sul fondo marino a circa 400 mt. dalla riva e funzionerà per circa 20 ore al giorno tranne quando a causa della marea non scenderà la velocità sotto i 2 nodi. Una volta entratta a regime ha dichiarato la Seagen, la centrale produrrà 1,2 MWatt di energia idroelettrica arrivando ad alimentare 1000 abitazioni.

    la centrale elettrica alimentata con le maree
    la centrale elettrica alimentata con le maree
    la centrale elettrica alimentata con le maree la centrale elettrica alimentata con le maree

    Energia dal letame....in Canada è realtà....

    La ricerca nel campo delle energie alternative sta compiendo notevoli passi avanti. Numerosi, infatti, sono i progetti e gli esperimenti messi in campo da scienziati di tutto il mondo nel settore del solare, dell’eolico ma anche di altre forme innovative di energia come la produzione di carburante ad opera di batteri o a partire da rifiuti organici e non.

    L’ultima, in ordine di tempo, arriva dal Canada: produrre elettricità dal letame. Nell’Ontario un allevatore di mucche da latte, Laurie Stanton, ha deciso di limitare gli sprechi all’interno della sua fattoria utilizzando il letame prodotto dalle vacche per produrre energia.
    L’idea in realtà non è nuova, già in diversi paesi il letame, insieme ad altri rifiuti, viene impiegato per la produzione di energia ma gli impianti e il processo di trasformazione sono il più delle volte primitivi. Questo soprattutto perchè gli impianti hanno un costo molto elevato e per risultare vantaggiosi necessitano di agricoltura ed allevamenti su larga scala. La fattoria di Laurie Stanton, con le sue 750 mucche, è la più grande per la produzione di latte in tutto il paese. Si calcola che ogni vacca produce letame che permette di ottenere una quantità di energia pari a quella prodotta da tre lampade da 50 watt costantemente accese. Il progetto di Laurie Stanton, che gode della collaborazione dell’University of Western Ontario’s Institute for Chemicals and Fuels from Alternate Resources e del Ministry of Research and Innovation, è finanziato dal governo dell’Ontario per 5 milioni di dollari.

    Il processo di trasformazione prevede una prima frase in cui il letame viene pulito e incanalato in una serie di tubi di scolo dove viene mischiato con altri rifiuti alimentari. Successivamente il composto viene riscaldato all’interno di un bollitore e sottoposto ad un processo di fermentazione dal quale viene ottenuto del gas metano. Il gas, risalendo in superficie si immette in un generatore dove viene bruciato per produrre energia. L’elettricità ottenuta viene utilizzata per alimentare l’intera fattoria, compreso l’impianto di trasformazione del letame, e la restante energia va ad alimentare il sistema elettrico del paese. Infine, i liquidi inutilizzati dal processo vengono impiegati come fertilizzanti mentre il matriale solido avanzante è utilizzato come lettiera per le mucche.

    Si stima che se il progetto continuerà ad andare a buon fine la fattoria di Stanton produrrà circa 1,3 megawatts sufficiente ad alimentare 800 abitazioni.

    Spero avvenga presto anche in Campania....

    Ad Empoli primo parco eolico sostituisce discariche

    In Toscana miniere di energia verde su ex discariche dismesse
     
    Empoli? Una città solare! E non solo per la simpatia dei toscani, le verdi colline o le bellezze architettoniche. La cittadina in provincia di Firenze, infatti ospiterà il primo parco fotovoltaico d’Italia ricavato da un’ex-discarica. L’energia verde verrà poi venduta a prezzi concorrenziali ai cittadini dell’area toscana. L’iniziativa vuole risolvere il problema del reperimento di aree adatte all’installazione di grandi pannelli che in alcuni casi possono avere un grande impatto visivo. “In questo modo – ha spiegato il presidente della provincia di Firenze, matteo Renzi – permetteremo anche a coloro che non possono installare sul proprio tetto di casa pannelli solari (magari a causa delle restrizioni paesaggistiche dei Comuni) e di accedere alle energie rinnovabili utilizzando i contributi
    e le agevolazioni che sono previsti per la realizzazione di questi impianti. Ciò permette di ammortizzare notevolmente la spesa per l’installazione e renderla possibile per molti cittadini”.

    Per raggiungere questi obiettivi la Provincia di Firenze ha aggiunto un'ulteriore possibilità: il “mille per mille”, un bando di incentivazione della provincia di Firenze che – sommato al “Conto Energia” messo a disposizione dallo Stato – rende la costruzione di un impianto solare davvero appetibile.

    “Puntiamo a dimezzare il nostro fabbisogno di energia tradizionale nell’arco di sette anni. L’obiettivo è quello di diventare la seconda Provincia più verde d’Italia dopo Bolzano con la quale, comunque, stiamo concludendo un accordo per far partire il sistema di certificazione CasaClima”, che rappresenta la seconda novità illustrata ai giornalisti durante la conferenza stampa fiorentina: la certificazione CasaClima, ideata dal bolzanese Norbert Lantschner, permetterà di identificare gli edifici sostenibili e di garantirli.

    Una città solare

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    Si parla spesso di energia solare e delle sue possibili applicazioni, ma quando a realizzazioni siamo messi maluccio. Insomma, chi sta veramente sfruttando fino in fondo questa favolosa tecnologia? A smuovere un po’ le acque arriva la Drake Landing Solar Community, la prima comunità al mondo a essere interamente alimentata a energia solare. Situata nella città di Otokos, in Canada, le 52 case della comunità sono dotate di pannelli solari che producono la bellezza di 1,5 megawatt di energia al giorno, soddisfacendo circa il 90% del fabbisogno termico della popolazione. I pannelli solari, infatti, tramite un sistema di circolazione basato su una soluzione glicolica, trasportano calore in tutto il centro. Con buona pace di chi pensa che la soluzione energetica definitiva siano le centrali nucleari 

    July 25

    In arrivo un carburante per le vetture ottenuto dai rifiuti....

    Da diversi anni ormai la questione dello smaltimento dei rifiuti è diventata una priorità nella lista dei lavori dei governi nazionali e delle amministrazioni locali. L’emergenza rifiuti che ha interessato negli ultimi mesi la Campania dimostra quanto sia indispensabile mettere a punto tutta una serie di iniziative per migliorare la gestione dei rifiuti e sperimentare nuove tecnologie in grado di utilizzare e, dunque, smaltire, l’immondizia.

    In Gran Bretagna, una delle più grandi compagnie chimiche, la INEOS, si è mossa in questa direzione ed ha annunciato di aver ideato e sperimentato un nuovo processo tecnologico che permette di trasformare i rifiuti in bioetanolo da impiegare come combustibile per le automobili.


    In particolare, quella che viene definita la seconda generazione di bioetanolo viene ottenuta, tra gli altri, da rifiuti solidi urbani biodegradabili, da rifiuti organici commerciali e da residui agricoli. Si tratta di un grande passo avanti poiché, fino ad ora, il bioetanolo veniva prodotto a partire esclusivamente da colture agricole. Ora, con la nuova tecnologia, sarà possibile, ad esempio, ottenere circa 400 litri di bioetanolo da una tonnellata di rifiuti asciutti e biodegradabili. Il bioetanolo della INEOS contribuirà, inoltre, a ridurre l’inquinamento dell’aria in quanto si stima che il suo utilizzo comporterà una riduzione del 90% di gas serra rispetto alla benzina.


    Il processo di produzione del bioetanolo si compone di tre fasi. Innanzitutto, i rifiuti vengono surriscaldati e convertiti in gas di sintesi. Successivamente, i gas subiscono un processo di fermentazione tramite batteri anaerobici e vengono trasformati effettivamente in etanolo grezzo. Infine, l’etanolo ottenuto viene purificato e reso combustibile pronto per essere utilizzato come carburante per le vetture.

    L’azienda INEOS conta di realizzare a breve, nel giro di due anni, impianti commerciali per la produzione di bioetanolo di seconda generazione. Ad oggi, poiché in Europa non sono ancora diffusi veicoli con motori in grado di essere alimentati esclusivamente ad etanolo, il combustibile della INEOS dovrà essere miscelato con i tradizionali carburanti.

    Utilizzare i rifiuti per la produzione di un nuovo combustibile potrebbe rappresentare davvero un’importante svolta poiché contribuirebbe a risolvere tre gravosi problemi: lo smaltimento dei rifiuti, la riduzione delle emissioni di gas serra e, non ultimo, la riduzione della dipendenza europea dal petrolio straniero.

    Il Sahara ci illuminerà...

    Progetto per un'immensa distesa di pannelli solari nel deserto per fornire energia a tutta l'Europa

    Il costo è alto (50 miliardi di euro) e il progetto ambizioso ma, con il petrolio alle stelle, sembra l’unica prospettiva di una via d’uscita. Un’immensa distesa di pannelli solari nel deserto del Sahara produrrà un giorno abbastanza energia da illuminare tutta l’Europa. Ne è convinto Arnulf Jaeger-Walden dell’Istituto per l’Energia della Commissione Europea: «Basterà catturare lo 0,3% dell’energia solare che scalda il deserto del Sahara per sopperire ai nostri bisogni energetici». Il progetto è stato presentato in questi giorni all’Euroscience Open Forum a Barcellona. Una nuova rete di trasmissione a corrente continua permetterà di portare l’elettricità in posti lontani senza correre il rischio di perdite d’energia. La nuova centrale dovrebbe sorgere in un’area poco più piccola del Galles e mettere a tacere quelli che sostengono che l’energia solare non sarà mai affidabile perché il tempo è imprevedibile.

    SÌ DI SARKOZY E BROWN - Il piano ha già ottenuto l’approvazione convinta del presidente francese Nicolas Sarkozy e del premier britannico Gordon Brown. I ricercatori sostengono che i pannelli solari nel Sahara saranno più efficaci perché in quella zona la luce solare è più intensa e, quindi, sarà possibile produrre tre volte più energia che in una centrale simile costruita nel nord Europa. Jaeger-Walden è anche convinto che, oltre al vantaggio ecologico, ci sarà un risparmio per i cittadini. «I consumatori pagheranno meno di quanto facciano ora» ha detto al quotidiano britannico Guardian. L’impegno più oneroso sarà costruire una nuova rete di trasmissione con i Paesi del Mediterraneo perché quella attuale non sarebbe in grado di sostenere la quantità di energia in arrivo dell’Africa del nord. I primi risultati si dovrebbero vedere nel 2050 quando la megacentrale dovrebbe già essere in grado di rendere autonomo un Paese come la Gran Bretagna.

    Monica Ricci Sargentini

    July 23

    Il petrolio del nuovo millennioo!!!!

    Rifiuti come carburante

    Qual è quell’elemento che abbonda sul nostro pianeta? L’aria, l’acqua? No, l’immondizia. Ne produciamo talmente tanta che affermare che è qualcosa di inesauribile non è poi così sbagliato. Ebbene, già tra un paio di anni potrebbero circolare le prime auto alimentate a spazzatura. Sì, hai capito bene. Ad affermarlo è l’azienda chimica britannica Ineos che sostiene di aver messo a punto un procedimento per trasformare la volgare immondizia in bioetanolo utilizzabile come carburante per le automobili.

    L’azienda afferma di essere in grado di ricavare 400 litri di bioetanolo da ogni tonnellata di spazzatura biodegradabile asciutta e conta di poter iniziare la produzione su scala industriale verso la fine del 2010. Il procedimento consiste in tre fasi. Prima si “cuoce” la spazzatura ad altissima temperatura fino a ridurla allo stato gassoso. Poi si danno i gas così ottenuti in pasto a speciali batteri naturali che se ne servono come materia prima per generare bioetanolo grezzo. Infine si purifica il bioetanolo. All’inizio l’unico modo per usare il bioetanolo come carburante sarà miscelarlo con benzina super o con gasolio visto che in Europa e Nord America non esistono ancora (a differenza del Brasile) motori in grado di funzionare unicamente con questa sostanza. Ma secondo l’azienda inglese anche con un impiego parziale di bioetanolo la riduzione dei gas nocivi emessi dalle normali auto a benzina sarà di ben il 90%. Chi l’avrebbe detto che la spazzatura sarebbe diventato il petrolio del nuovo millennio!  

    July 22

    Ma dico...pikkè da noi no?????

    Una società interamente ecologica, ecco come:

    Spazzatura pneumatica, abitazioni passive, atterraggi verdi, trasporto sostenibile e piscine “declorizzate”

    sono alcune delle soluzioni svedesi per fondare un’intera società amica dell’ambiente.

     

    eco svezia

    Un articolo di Nova24 – l’inserto del Sole 24 Ore dedicato a “ricerca, innovazione, creatività” - fa il punto della situazione. La Svezia è un Paese che utilizza l’energia di 12 centrali nucleari e in cui i cittadini utilizzano l’auto molto più dell’europeo medio. Ciò nonostante la sensibilità ecologica è molto sviluppata, si pagano ingenti “tasse verdi” (7 miliardi di euro l’anno) e le stesse aziende sfruttano le occasioni offerte dagli investimenti in ricerca e sviluppo nel segno della sostenibilità.
    Prova ne sia che nonostante negli ultimi anni abbiano ridotto sensibilmente le emissioni di CO2, gli svedesi vedano incrementare costantemente il PIL nazionale. La Svezia ha lo 0,2% della popolazione e consuma lo 0,4% dell’energia mondiale. Per un Paese ricco è pochissimo. La popolazione degli Usa, per esempio, ammonta al 5% del totale mondiale, ma consuma il 23% dell’energia.
    Cosa fanno gli svedesi di tanto speciale?
    Nel nostro viaggio ideale, arriviamo in volo all’aeroporto di Stoccolma. Qui, un consorzio formato dall’amministrazione dello scalo, dalla SAAB, da un’azienda informatica e dalla compagnia di bandiera SAS hanno elaborato un sistema che fa risparmiare il 20% del carburante durante la manovra di atterraggio, quella più dispendiosa. È stato possibile grazie a una modifica del computer di bordo degli Airbus della SAS, che rende più lineare la discesa del vettore. L’operazione è stata messa in pratica grazie a un finanziamento europeo e ora la metodologia verrà rivenduta ai sistemi aeroportuali di mezzo mondo.
    Decidiamo che la Svezia ci piace, vogliamo trasferirci qui. La Paroc, azienda finlandese, ha costruito la sua prima “casa passiva” proprio a Stoccolma. È una villetta di legno che garantisce una temperatura ottimale in tutti i periodi dell’anno accendendo il riscaldamento per soli 15 giorni. È fresca d’estate e calda d’inverno, funziona con uno “scambiatore di calore” azionato da un computer. Roba da nordici? Niente affatto, funzionerebbe anche da noi, basta regolare diversamente il meccanismo.
    Non soddisfatti, decidiamo di farci anche la piscina: ecologica naturalmente. La Wallenius - azienda con sede nella capitale svedese - ha infatti elaborato un metodo di purificazione dell’acqua, denominato “AOT”, che non fa uso di cloro. Un dispositivo di titanio, colpito dalla luce, genera dei radicali che ossidano le sostanze organiche, senza lasciare scorie.
    Argomento più prosaico: dove sbatto i rifiuti? La Envac di Stoccolma è leader mondiale dello smaltimento rifiuti differenziati attraverso una rete di tubi sotterranei all’interno dei quali la spazzatura viene “sparata” a 40 chilometri orari, tipo posta pneumatica. Ogni condominio ha una specie di oblò nel quale potete porre il vostro sacchetto.
    Infine, se dal vostro esilio dorato volete spedire alla mamma qualche regalino, ecco GoGreen, il progetto pilota della DHL che proprio in Svezia dà ai clienti la possibilità di scegliere il mezzo di trasporto più ecologico. Da internet si può calcolare l’impatto ecologico della propria spedizione e scegliere di conseguenza.
    July 21

    Io...assonnata.... alle 3 del mattino...ihhihihihhi

    Fuori una cornetteria con degli amici....si parlava...e io...WEE...MA KILLO STA FOR...STA KKIù FOR Rò BALCONE I ROMETTA E GIULIEO....
    Ke strafalcione....sono grandissima certe volte....15 minuti di risata interrotta....meritava la pubblicazione...ed ekkilo qua...
    July 16

    Leoncini bianchi....ke meravigliaaa!!!!

     
    Rarissimi leoncini bianchi
    Caricato da GalloGiusto
    July 14

    Nell'Artico è proibito morire...

    Il permafrost impedisce ai cadaveri di decomporsi. I moribondi vengono allontanati forzatamente dalle isole

    da: Virgilio Notizie

    Longyearbyen, nelle isole Svalbard (Norvegia)

    Virgilio Genio 

     
    Muori e sei in arresto. Ma questa volta non si tratta di una strampalata legge del Parlamento inglese. Nella cittadina di Longyearbyen, nelle isole Svalbard (Norvegia), nel Mare glaciale Artico, passare a miglior vita è severamente vietato. Gli sfortunati che si trovassero con un piede nella fossa, non potrebbero opporsi all’imbarco sancito dalle autorità. Dovrebbero trascorrere le loro ultime ore terrene in un’altra parte della Norvegia. In caso contrario nessuno si prenderebbe la briga di dare alle loro spoglie degna sepoltura.

    Dura lex sed lex direbbero i latini. E in effetti, per quanto grottesca e irrispettosa della sacralità del momento, questa legge non è imputabile allo humor nero delle autorità cittadine, ma alle difficili condizioni climatiche. A Longyearbyen il permafrost impedisce che i cadaveri si decompongano.
    Il piccolo cimitero cittadino non accetta più “nuovi ospiti” da circa 70 anni: da quando, cioè, si è scoperto che per effetto del gelo, i corpi si conservavano in perfette condizioni.
    Al punto che analizzando dei tessuti prelevati da un cadavere, gli scienziati hanno trovato tracce di un virus influenzale che causò un’epidemia mortale nel lontano 1917.

    La politica “no morti” di Longyearbyen, per quanto bizzarra, è quindi giustificabile alla luce delle sue impervie condizioni climatiche. La cittadina ospita 1.500 abitanti che alloggiano in piccole casette di legno, che le montagne riparano parzialmente dai venti artici. Freddo e orsi polari popolano gli incubi dei residenti. La sepoltura non è il problema più grave.